L’egocentrismo della Doggy Bag: come gli stereotipi danneggiano la causa ambientale

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La caparbietà nel non eseguire azioni semplici, ma di impatto positivo per il pianeta, rivela caratteristiche sociali che sarebbe l’ora di modificare

Quel cosciotto di pollo che proprio non va giù, l’angolo di lasagna che era decisamente grande, la metà di un hamburger che sarebbe bastato a sfamare un’intera squadra di hockey quando tu, esile studente fuori sede, sei abituato cenare svuotando lattine Bonduelle sul piatto: qualsiasi sia la motivazione che ti ha portato a non finire il tuo pasto al ristorante, scommettiamo che ti è molto difficile chiedere una doggy bag. Perdonate l’anglicismo, ma suona molto meglio dell’equivalente italiano “sacchetto per gli avanzi”.

Chi ha chiesto la doggy bag?

Ci sono, a nostro avviso, due categorie che sono più propense a chiedere una doggy bag: la persona anziana, specialmente se ha ha vissuto il periodo della guerra o gli anni immediatamente successivi, abituata nei tempi più duri a mangiare i gusci di noci bollite o rosicchiare croste di formaggio, quella che fa parte, insomma, dei tempi dove “non si buttava via niente”. D’altra parte potreste trovare la vostra amica con la borsa di tela di canapa, che tra l’altro aveva aspramente criticato la scelta del ristorante, perché come insalata vegana offriva due foglie di lattuga e un pomodoro, e tra la scelta del pane non c’era quello di segale.

Credits: FAO 2011


Perché non buttare

Da un lato ci sono quindi le persone che vedono lo spreco alimentare come un oltraggio al loro passato, perché rifiutare o buttare cibo in perfette condizioni era pressoché impensabile ai loro tempi, data l’incertezza di poter godere di un pasto sicuro e abbondante nell’immediato futuro. D’altra parte tale spreco è visto dalle persone più giovani con la stessa aberrazione, ma per motivi che riguardano sempre più la coscienza ambientale. Produrre cibo è infatti una tra le attività più inquinanti eseguita dall’uomo, spesso per nulla: ben 1/3 del cibo prodotto nel mondo viene infatti gettato. È come se prendeste una porzione abbondante del vostro mezzo chilo di pasta alla carbonara che vi è venuta bona proprio come quella del vostro amico di Roma e la buttaste nel cestino, senza esitazione e senza motivo. Il fatto che sprechiamo troppo cibo sta diventando un argomento sempre più diffuso, tanto che digitando su Google “spreco”, la prima parola che viene come suggerimento è “alimentare”. Notate bene come buttare cibo contrasti con la crescente speranza investita recentemente negli OGM, per la convinzione che essi siano più produttivi dell’agricoltura convenzionale, quando iniziare con una miglior gestione di quello che già abbiamo porterebbe vantaggi a tutti.

Cosa ci frena?

Ha quindi senso chiedere la doggy bag al ristorante per il cibo che non si è riuscito a consumare. Se la causa ambientale non vi soddisfa abbastanza, possiamo proporre il fattore economico, perché è cibo che avete pagato, indipendentemente dall’importo. Un’altra motivazione è il gusto, poiché si presume che un cibo offerto da un servizio di ristorazione più o meno di livello sia più gustoso di quello consumato quotidianamente, o la praticità, perché chi ha davvero tempo per cucinare decentemente? Tuttavia, e presupponendo che alcune esigenze logistiche come la disponibilità nei ristoranti di contenitori per il take away siano soddisfatte, perché è ancora difficile, per le categorie di persone che non fanno parte delle due sopracitate, chiedere una doggy bag?

La risposta più rilevante è in una parola, egocentrismo. Difatti, in alcuni paesi e soprattutto in Italia, chiedere una doggy bag significa autodefinirsi povero, rientrare in una fascia di persone che non si possono permettere di spendere troppo, anche in beni di prima necessità come il cibo. Lo stesso termine, se vogliamo, nasce al fine di negare o diminuire lo stato di vergogna legato alla povertà assunta da tale azione: doggy bag, tradotto letteralmente, significa “sacchetto per il cane”, inteso quindi per qualcun altro, nonostante si sappia bene che, probabilmente, non esiste nessun cane al quale portare i vostri avanzi.

Credits: Killerchicks.org

L’io e l’uomo

D’altronde, azioni come scegliere prodotti e servizi ecosostenibili si basano su una visione distante in tempo ed ego, su un concetto di sostenibilità in cui la domanda egotistica del consumatore «e io cosa ne guadagno?» rimane molto spesso insoddisfatta. Inoltre, in Italia specialmente, non viene ancora facilmente associata una vita ecosostenibile come cool, specialmente per i maschietti, i quali sono più facilmente legati a stereotipi di mascolinità che poco si accordano con il vivere in armonia col pianeta. Mangiare carne rossa, decisamente più inquinante di un panetto di tofu, prova virilità, probabilmente in reminiscenza delle nostre società primitive in cui l’uomo andava a cacciare. Poco importa che oggi tale caccia si limiti all’avere una decina di euro in tasca sufficienti per un menu grande Crispy McBacon. Riguardando uno spot di Burger King di una decina di anni fa, speriamo che al lettore venga da sorridere, e non si senta rappresentato da uomini che cantano «I am a man!» perché addentano enormi panini del fast-food invece che «accontentarsi di cibo per galline» (notare poi che l’uso di chicks in inglese può essere usato sia per “galline” che per “ragazze”).

A seguire, essere virili significa possedere macchine e moto enormi che consumano molta benzina, così da attrarre ragazze più facilmente che con piccole utilitarie a bassi consumi o biciclette. Inoltre, rifiutarsi o essere restii nel riciclare e riutilizzare materiali di scarto dà una prova di come si guadagni abbastanza per potersi sempre permettere cose nuove. Collegandoci a un pezzo apparso su The Wise Magazine poco tempo fa, anche fare acquisti forniti di buste proprie è visto come un atteggiamento femminile con il quale molti uomini non vogliono associarsi.

Credits: Jen Sorensen

Dato che ci piace spesso usarlo come cattivo esempio, ci rifacciamo al discutibile discorso di Donald Trump – attraverso, se volete, questa esilarante puntata di Last Week Tonight – riguardo il ritiro degli USA dagli Accordi di Parigi: il leader fa leva sull’immaginario vantaggio che otterrebbe la Cina nel costruire centrali a carbone nel caso gli USA avessero aderito agli accordi, riflettendo purtroppo il suo amato slogan America First: gli interessi degli Stati Uniti, e dello stesso Trump poiché li rappresenta, devono venire prima di tutti e a qualunque costo.

Rendere l’ecosostenibilità accattivante

È ovviamente molto sciocco affermare che le donne siano innatamente attente verso l’ambiente; ovviamente ci sono, come anche per gli uomini, caratteristiche sociali o caratteriali a determinare propensione verso le cause ambientali. Nonostante una donna possa mangiare meno carne, preferire la bicicletta, cimentarsi con passione nel découpage, o portare la spesa a casa con buste di tela, anche le industrie non aiutano, incoraggiando troppo ad intraprendere una vita ecosostenibile. Questo sarebbe positivo, se non fosse estremamente difficoltoso trovare capi realmente eco che non ricordino una sessantenne che vende collane fatte a mano ad un festival di musica celtica. Eccezioni interessanti però vengono specialmente dal campo dei cosmetici, dove marchi di prodotti vegetali e contro i test sugli animali come Neve Cosmetics propongono soluzioni accattivanti, rendendo hip la vita eco.

L’Italia rimane indietro

Come detto in precedenza, le divergenze tra ambientalismo e la considerazione di sé sono particolarmente forti in paesi come l’Italia, mentre in molto paesi, dagli USA al nostro continente specialmente in Nord Europa, si percepisce un vento di cambiamento. Si può fare riferimento a un barbecue vegano organizzato a Brooklyn nel 2014, dove uno dei partecipanti disse che la mascolinità oggi deve proteggere il pianeta, invece che dominarlo. Possiamo inoltre presentare l’esempio di Ignace Schops, amministratore delegato del primo parco nazionale in Belgio, il quale ha creato 5.000 posti di lavoro direttamente o indirettamente attraverso le attività del parco. Come? A parole di Schops, «connettendo la società con l’eredità naturale», utilizzando sviluppo locale e cooperazione. L’amministratore ha per questo tanto vinto nel 2008 il premio Goldman per l’ambiente, anche noto come il premio Nobel “verde”.

Doggy Bag

Credits: Richard Liddle

Il futuro tecnologico è green

C’è da dire che sempre più industrie di tecnologia e/o innovazione propongono prodotti a basso impatto ambientale. Ad esempio, tutte le nuove auto del futuro presentate al salone dell’auto di Torino sono macchine elettriche, macchine ibride, o hanno comunque emissioni ridotte; basti pensare che quasi tutti i nuovi modelli di auto si spengono automaticamente quando si arresta il veicolo. Possiamo anche portare l’esempio dei lavandini più moderni, quasi tutti salvagoccia, e delle luci al LED molto in voga, che garantiscono un maggior risparmio energetico. Per finire, mobili di design vengono realizzati sempre più con materiali sostenibili o di riciclo, come la sedia creata da Richard Liddle con il 100% di plastica riciclata. Chi ancora afferma che l’ambientalismo è solo roba da fricchettoni?

Quello che la doggy bag ci dice

In conclusione, un banale episodio come non finire il pasto in un ristorante ci fa riflettere su due questioni: che inquiniamo inutilmente, e che prendere decisioni che aiutano il pianeta e noi stessi sono troppo legate a discutibili convinzioni sociali. Speriamo quindi che i cambiamenti di cui abbiamo parlato si espandano a svariati settori, paesi, e società, e che si smetta di promuovere l’immagine della donna o dell’uomo “che non deve chiedere mai” (la doggy bag).


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Claudia Delicato

Sono Claudia e sono una studentessa di master in Sviluppo Rurale, romana dal 1993, ma attualmente residente in Belgio, a Gent. Sono da sempre stata interessata a temi riguardanti il settore del cibo, da come, dove, a chi lo produce e consuma. Penso che mangiare sia il primo atto sociale, politico e ambientale che abbiamo verso il mondo, ed è importante avere la coscienza di come lo facciamo. Ovviamente adoro leggere, e ho apprezzato l’arte dello scrivere da quando ho imparato ad impugnare una penna (e successivamente, a battere su una tastiera). Scrittura come terapia, mi rifugio spesso in produzione poetica, e a Gent organizzo e partecipo ad incontri di poesia in inglese,; adoro scrivere anche brevi saggi, articoli, e chissà, forse in futuro un libro. Sul mio blog Hungerness trovate un po’ di tutto e in tutte le lingue, dall’italiano all’inglese allo spagnolo. A proposito, se vi capita di farci un giro, fatemi sapere cosa ne pensate.