Civiltà perduta: la luce splendente del mito

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Civiltà perduta

Ci sono uomini che, inseguendo con grande determinazione una meta apparentemente irraggiungibile e mitica, investono talmente tanto nel proprio slancio da diventare a loro volta dei miti circondati da un alone misterioso e splendente. Uno di questi è Percy Harrison Fawcett, esploratore britannico che viene ricordato ancora oggi per le sue spedizioni in Amazzonia tra il 1906 e il 1925, alla ricerca di “Z”, i resti di un’antica e avanzata civiltà che egli riteneva potesse nascondersi nei punti più remoti della giungla amazzonica. Egli si votò talmente tanto al suo credo da rischiare tutto, anche la sua stessa vita, per inoltrarsi nell’impervia ricerca di questa El Dorado. Fawcett infatti è sempre stato un uomo di grande vigore e resistenza fisica, e ha saputo oltrepassare le mille prove e insidie dell’inferno verde della giungla al fine di trovare le prove evidenti della sua teoria, che avrebbe veicolato un’importante affermazione (poi confermata in tempi recenti): gli indios, allora considerati alla stregua di poveri selvaggi, erano stati capaci di costruire una civiltà intelligente, articolata e complessa in tempi insospettabili, più antichi della nascita della società inglese.

Proprio nell’ultima spedizione con il figlio Jack, nel 1925, l’Amazzonia sembrò aver risucchiato in sé entrambi, facendo sì che la fine dello stesso esploratore diventasse un altro enigma. Così accade che chi insegue un mito diventi a sua volta un mito, e che ciò generi altre ricerche per ritrovare tracce di fantasmi leggendari. Una tra queste è la ricerca di David Grann, a cui è seguita la pubblicazione del saggio Z: la città perduta, e da cui è stato tratto il film di James Gray ora nelle sale, Civiltà perduta. Sono state tante le spedizioni in loco e le speculazioni su cosa sia successo a Fawcett dopo le sue ultime comunicazioni datate 29 maggio 1925, dove diceva che era pronto a entrare nella zona della tribù degli Xavante, indios molto bellicosi in un territorio particolarmente rischioso del Mato Grosso, una fitta giungla ancora inesplorata.

Fawcett era cosciente delle potenzialità della sua missione, simile a quelle degli eroi dell’epica, e il cui sentimento è ben reso in Civiltà perduta. Figure come quelle di Fawcett si sentono votate a un destino che non possono spiegare a parole, e confidano nella sua invisibile ala protettiva, riversando la propria essenza nell’abbracciarlo con coraggio e un certo stoicismo. Percy Fawcett però è pur sempre un uomo condizionato dal proprio tempo: i suoi stessi obiettivi impavidi, la sua ricerca della gloria, non restano sempre uguali a se stessi nel loro nucleo intimo, ma mutano insieme all’evoluzione della sua persona. E Civiltà perduta di Gray è un film a sua volta ambizioso, che aspira a racchiudere l’intero materiale di Grann, cercando di spaziare su tutta l’avventura vissuta da Fawcett.

Alle origini dell’avventura

Prima che tutto iniziasse, ovvero nel 1905, Fawcett (qui Charlie Hunnam) era già alla ricerca di un riconoscimento, che allora sapeva soltanto identificare con l’oro prestigioso di una medaglia al valore, simbolo di un inserimento e accettazione nell’alta società inglese. L’aspirazione all’eccellenza si nota già dalla prima scena, dove egli è impegnato in una caccia al cervo nella tenuta irlandese dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo. La distinzione britannica compita si riscontra immediatamente nel portamento perfetto degli attori, primo fra tutti Charlie Hunnam, e nei dettagli storici resi accuratamente da Gray. Questa società abilmente ricostruita, però, a Fawcett stava stretta: era un valoroso soldato, ma non era a proprio agio nell’ambiente militare. Lui stesso si definì nei propri scritti «un lupo solitario», determinato a «cercare delle strade personali, piuttosto che imboccare quelle già battute». Così anche nel recinto della subordinazione militare, Charlie Hunnam riprende la spregiudicatezza e autonomia del suo personaggio storico, andando oltre il percorso di caccia designato e tagliando per un sentiero boscoso, più fitto, ma più breve, in un’anticipazione della spericolatezza delle sue esplorazioni. Ciò non basta però per ottenere i riconoscimenti agognati, in quanto su di lui grava una sorta di condanna ereditaria, prematura: coloro a cui spetta la consegna delle medaglie vedono in lui l’ombra del padre, aristocratico ormai defunto, ma noto per la cedevolezza all’alcol, alle donne e allo sperperamento dei propri fondi. La Royal Geographical Society però è ben cosciente dei meriti di questo soldato britannico, che in passato si era già distinto nelle esplorazioni a Oriente. In essa già si vedono alcuni caratteri che guideranno la stessa passione di Fawcett e altri interessi che invece lo distaccheranno. Si tratta di una società britannica fondata nel 1830 che allora radunava professionisti dei settori più disparati della società inglese, spinti da un unico e ufficiale scopo: la scoperta scientifica, l’ampliamento delle proprie conoscenze sulla geografia mondiale, la mappatura di spazi apparentemente vuoti, perché ignoti all’uomo bianco. Dietro di essa, però, si nascondevano fini meno idealisti: le sue missioni esplorative in territori sconosciuti, spesso al centro di conflitti coloniali coinvolgenti lo stesso Regno Unito, si sovrapponevano alla politica coloniale del Regno e non di rado celavano anche attività di spionaggio.

Così, come si vede nelle scene immediatamente seguenti, Fawcett viene convocato da questa società, il cui invito di per sé è già fonte di grande onore e prestigio per un qualunque cittadino inglese, per una spedizione in Bolivia. Alla domanda su cosa conosce di tale regione, Fawcett risponde «Conosco solo ciò che ho letto». E questa è anche la conoscenza che la società inglese aveva del territorio, un ignoto verso cui gli stessi capi di Fawcett rispondono con sufficienza british, puntando casualmente il dito sulla mappa vuota e descrivendola come una probabile «terra di primitivi». Questa tipica presunzione di poter liquidare facilmente popoli di cui si sa poco e niente nella categoria ignorante di “selvaggio” o “primitivo” riprende anche una diatriba assai nota negli albori dell’antropologia culturale. Questa conoscenza che si riferisce soltanto a fonti letterarie poteva davvero fare affermazioni come dati di fatto senza la verifica diretta? Inoltre gli esploratori in loco avevano diritto di elaborare complesse teorie o questo era compito di specialisti? Essi infatti non di rado erano considerati soltanto come un braccio per una mente del tutto dislocata, cioè gli speculatori a tavolino, lontani, al sicuro nelle proprie case inglesi e completamente sprovvisti di un’esperienza diretta. Questa era un’abitudine viziosa del tempo per cui lo stesso Fawcett soffrì, screditato in quanto sembrava violare settori di competenza altrui.

L’etnocentrismo della società vittoriana è un punto focale nel film di James Gray e contro cui Fawcett si era ben presto schierato, una volta attraversata in prima persona la zona sudamericana in questione, vivendo sulla propria pelle il confronto con popolazioni native. Fawcett infatti stava per imbarcarsi in un’avventura che si rivelerà ben presto più fruttuosa di qualsiasi altra mira dettata dai propri capi. Essi erano interessati principalmente alla mappatura della zona di confine tra Bolivia e Brasile per il mercato estremamente proficuo e conteso della gomma, ricavata dalle piante tropicali della zona. L’interesse di Fawcett per questi rapporti politici era poco, ma l’occasione offerta per avere la propria medaglia sembrava essere decisiva. Il suo personaggio mostra una determinazione talmente ferrea da sforare nell’ascetismo: incontrando il proprio collega, Henry Costin (Robert Pattinson) con in mano una grappa a cui attinge molto volentieri, dice: «La mia reputazione di uomo dipende interamente da questa missione. Mi troverai capace di qualsiasi sacrificio. Siamo esploratori adesso». Questa strenua volontà era quindi già alle origini dell’avventura, ma ben presto si sarebbe catalizzata verso altro, andando oltre i vuoti lustri di una medaglia, e puntando a qualcosa di molto più grande e molto più difficile da comprendere per i suoi compatrioti.

Nell’inferno verde

Il vero peso del proprio sacrificio viene svelato soltanto nell’esperienza diretta del cuore amazzonico, una natura irrimediabilmente “altra” rispetto all’uomo occidentale, il quale non riesce a superare la soggezione e il timore dell’intruso smarrito, in una terra che sembra respingerlo più che accoglierlo. Gray rende l’esperienza verde nella sua duplicità. Da una parte non esita a cercare innumerevoli rifrazioni di luce che penetrano negli alti tronchi della foresta e gettano uno spiraglio fortissimo, toccando anche i corpi degli attori, che sono sempre forgiati da questi effetti ottici, e rendendo così un senso di meraviglia nell’addentrarsi in luoghi naturali ancora incontaminati. Dall’altra c’è il rumore continuo e assordante, una sorta di quintessenza della vitalità amazzonica, che penetra nel cervello dell’uomo bianco abituato a un ambiente diverso. Essa infatti introduce lo spettatore sin dallo schermo nero iniziale, e ritorna continuamente nei flashbacks del protagonista insieme alla luce dall’alto. Il rumore in questione è dovuto all’incessante vita animale: anaconde lunghe fino a otto metri, zanzare portatrici di svariate malattie fatali, moscerini succhiasangue che portano a una recidiva insonnia, torsali in grado di insinuarsi attraverso i vestiti, deponendo uova che si incisteranno nella pelle, e tanto altro. Tutto ciò tuttavia rimane nel “non visto”, ma soltanto “udito”: tecnica che il regista aveva già utilizzato molto spesso in contesti diversi.

Tuttavia Gray insiste su un altro aspetto, denso anche di un’eredità cinematografica americana importante e cara al regista. Le parole di Fawcett in una lettera descrivono alla perfezione la stessa atmosfera del film durante i tragitti in zattera sul Rio Verde: «Fu uno dei viaggi più deprimenti che abbia mai fatto, con il fiume così tranquillo, ma così minaccioso, con quella corrente tanto debole, e quelle acque profonde che sembravano condurci verso ogni sorta di sciagure. […] I demoni dei fiumi amazzonici pervadevano ogni cosa; erano là, nel cielo basso, nella pioggia a catinelle e nelle cupe pareti della selva». Impossibile infatti non ripensare ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola in questi lenti viaggi sul fiume, dove l’obiettivo di ricerca diventa sempre più confuso e allo stesso tempo ostinato, dove si è circondati da un senso di mistero e allo stesso tempo di vaga ostilità, dalla paura di un improvviso attacco di tribù aggressive, dove la fame rende i volti della squadra provati, assolutamente incapaci di focalizzarsi su un’attenta ricerca scientifica, in preda invece alle proprie carenze corporali e basiche, e in preda anche ad un senso di vaga psicosi occidentale, dello straniero in terra straniera, come dice Henry Costin. Il fiume nel frattempo inghiottisce vite sballottate dalla corrente, con una calma neutrale che aumenta il senso di inquietudine. Si aggiunge l’apparente beffa dell’accompagnatore indiano, che in mezzo a bianchi devastati e ridotti a uno stato inerme, stremato, sembra invece non soffrire affatto, poiché nativo, intonando addirittura un canto a El Dorado, «città d’argento e d’oro» e suonando il flauto in una serenità a loro incomprensibile. Proprio nella lentezza micidiale del percorso in fiume queste parole quasi premonitrici cullano Fawcett, che lo guarda turbato, e che sente la sussurrata confessione composta da parole di evocazione leggendaria, di una città un tempo abitata e più antica della sua civiltà, un luogo ignoto a qualsiasi bianco, e ormai impossibile da trovarsi.

In seno al Rio Verde finalmente attraversato (e giudicato prima impraticabile) c’è il fulgore del senso di vittoria, della competitività. Fawcett, dopo aver perso la cognizione delle proprie ragioni di essere lì, scova nel suolo dei pezzi di ceramica, vede delle incisioni sugli alberi che alludono al mito intonato dall’indiano. Si ritrova rapito, stregato dalla scoperta, dalla consapevolezza di essere stato il primo in qualcosa di ben più importante di una caccia al cervo o della solita medaglia al valore. Il senso di un destino e di una ricerca gloriosa si caricano di una grandezza prima inedita. La luce amazzonica penetra anche nella sua intimità, cominciando a modellare un sogno, il cui timbro lo condizionerà per tutta la vita.

Oltre la superficie

Ritornando dopo questa vittoria in patria, Fawcett è un uomo che ha cambiato priorità: la mappatura è un interesse secondario, la particolare fissazione di una società volta alla cura del millimetro (letteralmente), ma incapace di vedere al di là del proprio naso. Passa invece in primo piano una missione ben più alta, cioè la ricerca archeologica della città di Z, denominata così poiché è «l’ultimo tassello del puzzle umano». Gray coglie bene questa fase di mezzo, il passaggio dalla paura degli indios alla volontà invece di scoprirli, di osservare meglio queste varie tribù del Mato Grosso, le loro usanze e credenze, nella nuova convinzione che esse abbiano capacità ben superiori rispetto a quelle immaginate. Inizia però un’ulteriore battaglia, questa volta di una mente aperta contro la bigotteria inglese. Così nella scena della conferenza alla RGS, resa con grande fervore retorico, Fawcett è un uomo solo in patria: la sua postura è eretta e innalzata sul podio, con in mano la testimonianza di vari esploratori su un’antica città perduta, ma si scontra con tutto il suo pubblico seduto, urlante e derisorio come se si fosse in una lotta verbale da stadio. La sua forza, però, è già espressa nell’energia della voce, nella volontà di continuare a credere nonostante sia ridicolizzato, e nella volontà di ricercare la gloria, avventurandosi in imprese umane ancora inedite, e riecheggiando così l’atmosfera epica moderna già accennata all’inizio. Egli diventa un uomo spinto a credere in un’entità invisibile fino al suo presente, in un mondo attaccato invece a ciò che può vedere, all’oro della moneta sonante da intascare. È un uomo di mentalità gioiosamente allargata in un mondo razzista e arrogante che guarda a lui come si guarderebbe a un Talete sul punto di cadere in acqua. Nella sua seconda esplorazione la marcata differenza di approccio si sottolinea anche con la totale dissociazione dal linguaggio delle armi contro i popoli nativi, caratteristica peculiare invece di un altro esploratore che si è aggregato alla squadra, Murray, imbevuto delle categorie acritiche della sua società di appartenenza.

Proprio la manifestazione di intenti pacifici sembra essere la chiave giusta per fermare le frecce degli indios verso di loro, e con l’intenzione di comprensione attenta arrivano i primi veri scambi culturali: Fawcett e Costin, che di nuovo lo accompagna, si tingono il volto dei segni distintivi della tribù visitata, osservano le intelligenti tecniche di pesca, i loro campi coltivati e scoprono criteri matematici che non hanno nulla da invidiare alla ragion metratrice della RGS. Si anticipano anche motivi ricorrenti della successiva antropologia culturale, come la volontà di comprendere il perché di usanze apparentemente spaventose o completamente opposte a quelle della società di provenienza, ad esempio il cannibalismo di alcune tribù, verso cui Fawcett non mostra timore – al contrario di Murray, tremante. La città perduta di Z diventa a maggior ragione più fondata: il senso di affezione, di meraviglia fa sì che essa sia la luce vista nei momenti più bui della vita dell’esploratore, un motore inarrestabile. Come nell’esperienza sfiancante della trincea durante la prima guerra mondiale, lontano da El Dorado, dove il credo in Z diventa l’affermazione di un mondo più scintillante, più nobile, migliore dell’insensatezza della guerra e di quel linguaggio delle armi già ripudiato. Ciò che in verità è omesso nell’intento riassuntivo del film è che la stessa posizione di Fawcett non può essere giudicata del tutto contemporanea, ma anch’essa era viziata da un altro pregiudizio dei suoi tempi, quello del nativo-fanciullo, che tende a non essere capace di cattiveria del tutto voluta. Inoltre egli era vittima di un’altra forma mentale viziosa, ovvero quello che lo storico Dane Kennedy definisce «labirinto mentale della razza», che lo portava a ricondurre i segni di civiltà nelle varie tribù amazzoniche ad un legame risalente in epoche remote con migrazioni di popoli occidentali nei territori in questione.

Civiltà perduta

Un uomo diviso tra le terre amazzoniche e il focolare domestico

Fawcett, nonostante l’approccio tipico del suo tempo, rimane uno dei pochi ad aver imparato un gran numero di dialetti indigeni, votato com’era a tutti i possibili segni sparsi della sua intuizione. L’oscillazione di un personaggio dal proprio gruppo sociale ad un altro, acquisito in alcuni momenti nodali della propria vita, è una costante nel cinema di Gray. I suoi protagonisti sono sempre sospesi tra due mondi diversi, spesso auto-esiliati in luoghi distanti dalla propria famiglia, che li invita a tornare, a restare, a scegliere una vita forse più semplice, ma più retta, fuggendo ai pericoli talvolta mortali dell’alternativa tentatrice. Fawcett è un uomo rapito dal suo stesso destino: fa la spola tra la propria famiglia e le tre esplorazioni intraprese a lungo termine, che lo hanno reso un padre assente e hanno fatto sì che i figli lo guardassero con un sentimento di carenza affettiva (un rancore in verità sottolineato maggiormente dal film che dalle testimonianze dirette dei figli). Egli compie lo stesso movimento centrifugo ricorrente nel cinema di Gray: l’incapacità di arrestarsi davvero nel focolare domestico e la continua spinta insopprimibile verso un altrove in cui risiede sempre, in maniera nient’affatto facile né stereotipata, la fibrillazione intima, la felicità senza i paletti dei doveri. Questo bisogno di raggiungere Z, così, sembra averlo fatto librare via dal solido terreno della famiglia, consacrandolo a maggior ragione al mito, alla maniera di altri personaggi storici che nella loro scomparsa hanno affermato definitivamente la propria fama. Questo, però, probabilmente ha fatto sì che le varie esperienze con etnie diverse lo rendessero agli occhi del figlio Jack, ultimo suo accompagnatore, un padre degno della sua incommensurabile ammirazione. Così la moglie Nina (Sienna Miller) dice al marito, come esortazione futura e infine realizzata: «Insegnagli a sognare, a ricercare l’ignoto, a cercare il bello per il merito stesso della sua bellezza». Infatti poi sarà Percy a dire a Jack: «È così misteriosa la vita, figlio mio. Sappiamo così poco di questo mondo, ma io e te abbiamo fatto un viaggio che gli altri non possono nemmeno immaginare. E ciò ha dato una profonda comprensione nei nostri cuori».


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Anastasia Piperno

Sono nata a Gallarate (VA) nel 1995 e attualmente risiedo nella provincia pavese. Dopo un'infanzia trascorsa in buona parte nelle sale della mia biblioteca, ho incanalato l'interesse per la lettura frequentando il liceo classico. In seguito ho sfruttato una certa inclinazione meditativa - un po' a tempo perso, un po' (forse) no - con degli studi universitari in filosofia. Ora sto facendo degli studi nel campo del cinema, passione che porto avanti già dalla più tenera età adolescenziale.