Calcio femminile, la protesta della Liga spagnola

Jennifer Hermoso, stella della nazionale di calcio femminile spagnola, esulta dopo aver segnato contro il Sud Africa nella Coppa del Mondo 2019. Foto: Damien Meyer/AFP.
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È sicuramente una notizia che sta facendo il giro del mondo: lo sciopero delle calciatrici della Liga spagnola è forse una delle proteste più rilevanti dello sport in Europa. Il calcio femminile, dopo la rassegna iridata giocata in Francia la scorsa estate, attira sempre più interesse da parte dei fan e dei media. Certo, il livello di attenzione che generano le vicende dei colleghi maschi è ancora lontano, ma è sicuramente un fenomeno in crescita. Basti vedere che molti club hanno fondato la propria sezione femminile. Quest’anno, dopo il mondiale transalpino, sono nate due sezioni importanti di club altrettanto celebri: Inter e Real Madrid. Come spesso accade, le proprietà di club importanti come i nerazzurri e i blancos rilevano i titoli sportivi di queste squadre per farle diventare sezioni della stessa squadra. Tutto ciò giustifica un interesse crescente nei confronti del calcio femminile, ed è sicuramente un fatto positivo. Come detto in precedenza, il mondiale di Francia è stato sì la vetrina per far appassionare i fan, ma soprattutto è stato il palcoscenico perfetto per mettere in luce quello che è un problema del calcio americano: la disparità di stipendi tra calcio femminile e quello maschile. La cavalcata delle ragazze USA veniva accompagnata dai fan che incitavano «Equal pay! Equal pay!», motto portato avanti anche dalla carismatica Megan Rapinoe e compagne. Una protesta, quella delle ragazze a stelle e strisce, che ha suscitato un vero e proprio dibattito. Sebbene la differenza tra i guadagni dei club di calcio femminile e quelli maschili sia ancora molto ampia, non solo negli Stati Uniti, ci sono alcuni movimenti che si stanno muovendo per limare questa disparità.

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La nazionale di calcio femminile degli USA che festeggia la vittoria della Coppa del Mondo 2019. Foto: Richard Heathcote/Getty Images.

Però ci sono alcuni che si definiscono contrari alla volontà di trovare una parità salariale. Frank De Boer, leggenda dell’Ajax, ora allenatore dell’Atlanta United, si è schierato contro il movimento equal pay. Principalmente perché – come detto in precedenza – la somma di introiti, sponsor e giro di denaro legato al calcio femminile è inferiore a quella del campionato maschile. Pertanto ha definito il tutto semplicemente “ridicolo”, trovando ingiustificabile, al momento, il livellare gli ingaggi di calciatrici e calciatori. Cosa che evidentemente è considerata fattibile in Olanda. La federcalcio dei Paesi Bassi ha approvato un piano per arrivare a un’equalità salariale entro il 2023. Non solo le Oranje, anche le nostre ragazze azzurre, grazie alla visibilità della Coppa del Mondo, hanno fatto sì che l’attenzione fosse rivolta su quelli che sono i problemi del calcio femminile. È stata tracciata infatti, una strada che porterà il nostro movimento calcistico allo status professionistico, cosa per cui si è espresso anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rimarcando che non può esserci una differenza così netta tra uomini e donne, definendo il tutto irrazionale.

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Sergio Mattarella concede un selfie presidenziale con le ragazze della Nazionale Italiana di calcio femminile. Foto: quirinale.it

La situazione spagnola, però, è ben diversa. Se da una parte i movimenti professionistici di calcio femminile, come quello americano e quello olandese, lavorano per diminuire il gender pay gap tra calciatori e calciatrici, in Spagna siamo ancora un po’ indietro. Sebbene sia riconosciuto lo status professionistico sia nella Primera Divisiòn che nella Segunda Divisiòn, alcune società non traggono gli stessi benefici dalla recente crescita del calcio femminile. Non tutte le società hanno la fortuna di essere appoggiate da proprietà come l’Atletico Madrid, il Barcellona, o l’Athletic Bilbao. Pertanto, a livello societario, c’è una prima disparità di fondi, che poi si amplia a quello che è il salario minimo percepito dalle calciatrici. Come viene spiegato in questo articolo dell’Ultimo Uomo, molte atlete sono costrette a svolgere un secondo lavoro, senza però trascurare gli allenamenti con la squadra di appartenenza. Inoltre, i contratti di molte calciatrici sono perlopiù annuali, oltre ad avere un salario minimo che non arriva ai mille euro mensili. Difatti, molti colpi del calciomercato sono perlopiù di calciatrici svincolate: tutte le dinamiche riguardanti i procuratori e gli agenti non sono presenti, perlomeno non come nel calcio maschile. Le atlete della Liga spagnola, pertanto, sono in agitazione per ottenere delle condizioni contrattuali che rispettino il loro impegno: del resto, gli allenamenti e lo sforzo sono gli stessi del calcio maschile, solo che questi ultimi sono retribuiti per lavorare a tempo pieno, mentre quelli delle ragazze no. Partendo da questa distinzione andremo a capire meglio quali sono le richieste delle ragazze del calcio spagnolo. Queste ultime richiedono principalmente due cose: un salario più alto per i contratti “da mezza giornata” e un contratto minimo per lavorare a tempo pieno. La richiesta per i contratti – chiamiamoli così – part time è di dodicimilaeuro lordi l’anno, per retribuire quattro ore al giorno per cinque giorni la settimana.

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L’Atletico Madrid è la squadra attualmente campione della Liga spagnola del calcio femminile. Foto: Getty Images.

Questi accordi rappresentano la maggior parte dei contratti delle ragazze che giocano nella Liga spagnola, esclusi i grandi club. L’accordo a tempo pieno, o come viene chiamato “contratto al 75%”, invece richiede una paga di sedicimila euro lordi l’anno per lavorare sei ore per trenta settimane. La risposta da parte dei vertici della Liga è lontana dalle richieste delle atlete, e propone ottomila euro lordi per il contratto part time, mentre il contratto quasi a tempo pieno è considerato economicamente impossibile da sostenere. Oltre al compenso minimo piuttosto basso nei contratti, si nota una differenza enorme tra gli accordi tra club e atlete. Le sezioni femminili dei club più grossi, come Atletico Madrid, Athletic Bilbao e Barcellona, pagano le loro calciatrici retribuendole come atlete a tempo pieno, garantendo loro le vacanze e la maternità pagate, mentre giocatrici di altre società non ottengono gli stessi benefici. Si potrebbe quasi dire che sì, il calcio femminile in Spagna è professionistico, ma solo per alcune. Proprio questa disparità porta alla nascita della protesta di cui stiamo parlando. Si arriva dunque alla giornata di campionato appena trascorsa, quella del 16 e 17 novembre, che è stata cancellata. Inizialmente lo sciopero del calcio femminile spagnolo doveva essere una protesta senza una data finale. Recitava infatti “indefinida“, proprio a indicare una volontà di scioperare a oltranza, fino al raggiungimento dello scopo. Il fine è stato raggiunto, e il 20 dicembre ci sarà la firma del contratto collettivo del calcio femminile spagnolo. Una data che sarà importante per la definitiva crescita di quello che è un movimento che si sta affermando sempre più. Non è da sottovalutare anche il valore simbolico di questa protesta, del vento rivoluzionario – sportivamente parlando – di un accordo così importante per la crescita del calcio femminile anche al di fuori della Spagna. Così come il mondiale di Francia ha portato l’attenzione verso uno sport che, a livello di spettacolo, non ha niente da invidiare al calcio maschile, lo sciopero delle ragazze della Liga porrà ulteriormente un accento sulla questione.

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L’assemblea della AFE, associazione di calciatrici che ha promosso lo sciopero del calcio femminile spagnolo. Foto: Jaime Villanueva/Atlas.

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Arnaldo Figoni

Sono nato a Olbia il 30 giugno 1989, ma da sempre vivo a La Maddalena. Coinvolto fin da piccolo negli sport - calcio, basket, ma anche rugby - ho sviluppato una passione per la disciplina sportiva in generale, nel conoscere e poter raccontare delle storie, coltivando il sogno nel cassetto di poter esercitare proprio la professione di giornalista.

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